Penso che guardare Un tram che si chiama Desiderio faccia andare in subbuglio le ovaie anche a chi non ce l’ha. Io, almeno, devo ancora riprendermi.

Capisco che servisse un attore che rendesse la rorida sessualità dell'atmosfera di New Orleans, ma qui si esagera, cavolo! Pare il calendario monografico di un rugbysta! Molti conoscono il Marlon Brando già fané di Apocalipse Now, Il padrino o Ultimo tango a Parigi: ma prima di queste pellicole è esistito un tempo dorato in cui il suddetto era un tocco di fio con gli addominali che sussultano sotto la maglietta sudata (nel filmato se la sfila a 1:08):
Il risultato è che Un tram che si chiama Desiderio (garantisco che il titolo ha senso, e nel film viene giustificato a livello sia letterale che metaforico) diventa indimenticabile anche solo per la sua presenza. Certo, a parte la peculiarità disturbante di un personaggio d'aspetto uguale a Di Pietro, rimane uno dei più bei film che abbia mai visto. Stupenda è poi l’interpretazione di Vivian Leigh,
La famosissima scena poi di Marlon Brando ubriaco che urla ai piedi delle scale per implorare la moglie («Stellaaaaa!!! Stellaaaaaaa!!!»), e lei che come ipnotizzata cede, è una delle più belle rappresentazioni cinematografiche sulla potenza del richiamo erotico, tanto da essere stata anche parodiata dai Simpsons tra Smithers e il signor Burns.
E come se non bastassero i bollori, non posso dimenticare che fu proprio in quel periodo che Marlon Brando fu sorpreso da David Niven mentre si baciava in piscina con Laurence Olivier, tra l’altro marito di Vivien Leigh. Niven, che era l’incarnazione stessa del concetto di gentlemen, fece dietrofront e rientrò in casa a conversare con la mogliettina tradita (probabilmente non sapendo che Marlon Brando tanto se lo rigirava anche lei).
D’altronde non è mai stato un mistero che nonostante il comprovato machismo (nove figli da cinque madri diverse, se ho fatto bene il conto) Marlon Brando fosse bisessuale: «come molti uomini, anch’io ho avuto esperienze omosessuali, e non me ne vergogno», parole sue.
E infine, per andare sul gossip spinto (attenzione: NSFW), ultimamente è venuta fuori anche una fotografia che se vera darebbe tutto un sapore diverso alla visione della scena in cui si spruzza la schiuma di birra in bocca…
Comunque, questi sono dettagli: per me David Niven avrebbe potuto anche raccontare che il cielo è verde, a lui avrei creduto comunque.
EDIT 2 LUGLIO: Proprio mentre pubblicavo questo post, ieri, moriva Karl Marlden. Prometto: non dirò più di nessuno che assomiglia a Di Pietro.
Per fortuna non mi sono fatto quasi niente, solo un’unghia del piede ammaccata (lo stesso non si può dire del motorino nuovo di mio padre). Mi metto a compilare il cid, il modulo della constatazione amichevole, con il guidatore dell'auto ed inizia un calvario estenuante. Dato che provenivo da destra avevo ragione io, come confermavano le guardie giurate dell’ospedale che avevano assistito alla scena; ma il signore, un vecchio svanito niente cellulare niente elasticità mentale, sosteneva che io avessi sorpassato sulla destra il camper che gli aveva fatto cenno di passare,.
«No, guardi, io e il camper procedevamo parallelamente, se lui si è fermato non è colpa mia.»
«Ma lei è spuntato da oltre il camper, da destra.»
Il problema è che io, in queste occasioni, divento estremamente nervoso e accondiscendente: la mia psicoanalista diceva che presento tracce di anassertività (in altre parole, talvolta azzero le mie esigenze e la mia personalità per compiacere l’altro). Cerco di lottare allo stesso tempo quindi con questo signore che non sapendo nemmeno come funzionano le copie carbone le strappa e va via prima che io compili la mia parte, e con me stesso, reprimendo l’impulso a dargli ragione solo per dimostrare che sono un Bimbo Bravo.
«Ha ragione il ragazzo, sa!? Non le conviene chiamare i vigili» dice una guardia giurata lesbica che aveva assistito all’incidente (sempre detto, che l’omosessualità è più efficiente della massoneria, e più divertente).
Nel frattempo la moglie del guidatore, una donnina sorridente e dalla voce mite, indicando il braccio fasciato si dice costretta a salutarci e si inoltra nell’ospedale.
Io e il signore facciamo tutto il necessario, alla fine penso che sia tutto finito… quando il giorno dopo mi telefona a casa: «Dobbiamo incontrarci per riscrivere il cid, lei non ha barrato la sua casella “sorpassava”».
«Ma infatti il mio non era mica un sorpasso. Anzi, semmai è il camper che stava sorpassando me sulla sinistra, quando si è fermato per far passare lei.» Inizia di nuovo a prendermi quel groppio allo stomaco, so già tanto come andrà a finire. Dove sono le lesbiche quando servono?
«Vede, bisogna essere onesti, signor Watkin: lei stava superando sulla destra. E nel cid non c’è scritto»
«Sì che c’è, l’ha scritto lei nella sua versione…»
«Eh, ma lo deve ammettere anche lei, perché sa che è andata così.»
Faccio un respirone, cercando di rimanere forte. «Senta, bisogna vedere cosa si intende con “sorpasso”…»
Seguono dieci minuti di dissertazione estenuante, con io che cedo sempre più. Sento che non ce la farò a resistere per molto. Infatti cedo:
«Guardi, facciamo così: vediamoci alle sei, io barro la casella, e però poi nelle note specifico com’è avvenuto questo “sorpasso”.»
«Oh, bravo signor Watkin! Vede che tra persone civili alla fine ci si capisce.»
Butto giù, e non mi sento per niente bene. Anzi. Telefono a MammaWatkin (ho in famiglia un avvocato nelle cui vene scorre azoto refrigerato, facciamolo fruttare):
«Ehm, mamma…»
«MA SEI SCEMO!?!? Tu a hai in mano un cid compilato e firmato a tuo favore, e vuoi riscriverlo!? Te lo vieto. In quella strada c’è la doppia corsia e quindi tu-»
«Mamma, non c’è la doppia corsia, te lo dico per la terza volta. Non sei in tribunale, non devi darmi a bere qualcosa così hai vinto, non sono il tuo avversario. Smettila.» Inizia a girarmi la testa, e a tremarmi la voce. «D’altronde, in un certo senso si può dire che in effetti ho sorpassato a destra.»
«Watkin. Sei il solito» (sottinteso: idiota) «Tu quel cid non lo cambi, ora telefoni al tizio e glielo dici. Anche perché l’assicurazione non la paghi tu, la pago io, e quindi fai quello che ti dico. Impara un po’ come si vive.»
Dato che non esiste niente al mondo più temibile di MammaWatkin sul piede di guerra, non ho scelta. Sopprimo l’impulso a scappare in Polinesia e per farmi forte chiamo anche l’assicuratore, così scopro una cosa alquanto spiacevole: quando il tizio poco prima mi ha telefonato, mi ha tenuto nascosto che aveva già contattato il mio assicuratore, che ovviamente gli aveva vietato di fare tutta l’operazione che aveva in mente. Inizio a sentirmi un po’ preso in giro…
Lo chiamo così a casa, e risponde la moglie («la meglio di tutti è la signora, poverina» avevo detto poco prima a mia madre).
«No, mio marito è uscito al bar», risponde lei con gentilezza. Sono sollevato che ci sia solo lei, e sfoggio il mio migliore tono di voce da ragazzo bravo, che fa tanto breccia nelle donne mature:
«Beh, posso lasciare il messaggio a lei, immagino: oggi io e suo marito non ci vediamo.»
«Come mai?»
«Non ho più intenzione di riscrivere il cid… Ho sentito il mio assicuratore, e quello non è un sorpasso.»
«Ah, quindi adesso lei cambia la sua versione… Benissimo.»
«No, non cambio la mia versione, sono sempre stato di questo avviso…»
«Certo, certo. Noi non staremo a ribattere, abbiamo altri problemi, mia mamma è in fin di vita all’ospedale…»
«Signora, mi dispiace, ma…» Ecco che torna quella sensazione spiacevole sopra lo stomaco.
Lei continua con la sua voce flebile: «Le dico solo che noi siamo persone oneste, ecco…»
«?»
«…e le assicuro che da parte nostra non ci sarebbe mai stato un comportamento simile.»
«No, scusi, che intende dire?»
«Noi siamo persone serie, non vogliamo rubare niente a nessuno e-»
«Guardi che nemmeno io voglio rubare niente a nessuno, eh!»
«No, non è vero. A questo mondo c’è sempre più gente disonesta, peccato.»
«Senta signora, lei ha la sua versione dei fatti e io la mia, fine: saranno le assicurazioni a decidere. Non sto affatto agendo scorrettamente.»
«Ma tanto io ne ero sicura, che lei alla fine si comportava così.»
«Eh!? » Assumo un tono glaciale alla Norma Desmond: «Scusi… che cosa intende dire?»
«Era troppo educato, troppo perbene. “Scusate, scusate”, ci ha detto appena fatto l’incidente… e ora invece cambia atteggiamento. Io l’avevo subito capito»
«Perché, che dovevo dire, che ero contento di esservi entrato nella macchina col motorino!? Ma signora, sta scherzando?»
«A questo punto è un problema tra lei e la sua coscienza, se si sente bene così.»
«Ma figuriamoci. Suo marito ha scritto la sua versione, mica gliel’ho impedito, io ho scritto la mia, e staremo a vedere.»
«Tanto il mondo è così, pieno di persone cattive.»
«Senta, tanto su questo punto non saremo mai d’accordo: arrivederci»
Clunk.
«CHE TROIA!!!», urlo mentre torno in cucina a posare il cordless. Lì, MammaWatkin sta dando l’omogeneizzato a nonna. Penso sia stata la prima volta in vita mia in cui sono stato accusato direttamente di essere una persona disonesta, e ci sono rimasto malissimo. «Che ci torni pure, all’ospedale, e ci rimanga secca pure lei!»
Si voltano, interrompendo il quadretto familiare. «Perché? Avevi detto che la signora era la meglio.»
«Guarda, sono stato anche troppo civile. Tutto ciò che dovevo dirle era “se ha un marito così coglione da firmare un cid in bianco è colpa sua, non mia”, e buttare giù.»
Mia mamma posa il cucchiaino e il vasetto di omogeneizzato. Si alza in piedi.
«Watkin», dice afferrandomi le spalle. «Finalmente… ADESSO mi piaci.»
Quella donna sta facendo danni, e non lo sa.
Adesso perciò io, Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti d’America, in virtù dell’autorità a me attribuita dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti, con questo mezzo proclamo giugno 2009 “Mese dell’orgoglio* lesbico, gay, bisessuale e transgender”. The White House, 1-6-2009
Una notte di esattamente quaranta anni fa, il 27 giugno 1969, non sapendo di farla grossa la polizia fece irruzione allo Stonewall Inn, un locale gay di New York.
Avendo assunto in seguito lo status di svolta epocale, gli eventi di quella notte sono frammisti a leggenda: c’è chi dice che l’inizio di tutto fu dato da una travestita ispanoamericana che dette una bottigliata ad un agente che la stava spintonando con un manganello, chi dice invece che tutto partì da una lesbica che opponeva resistenza mentre veniva trascinata in un’auto di pattuglia. Fatto sta che quello fu il momento in cui nacque il movimento di liberazione GLBT.
Erano gli anni della contestazione alla Guerra del Vietnam, della controcultura degli anni ’60, della rivendicazione dei diritti delle persone di colore: l'idea che le minoranze avessero il diritto di rivendicare una loro dignità era nell’aria, e la comunità omosessuale era da tempo perseguitata e ghettizzata tanto dalla collettività come dalle istituzioni. I raid nei bar gay, con conseguente arresto e accusa di indecenza (bastava darsi un bacio o tenersi per mano, e spesso solo essere presenti nel locale), erano regolari: venivano prese le identità, e spesso i nomi e le foto finivano sui giornali. L’FBI teneva una lista degli omosessuali, e persino il Servizio Postale registrava chi riceveva “materiale relativo all’omosessualità”, qualsiasi cosa questa espressione voglia dire. Essere sospettati di essere gay comportava venire automaticamente licenziati, quando non ricoverati in centri di malattia mentale (l’omosessualità compariva ancora come disturbo sociopatico della personalità nel manuale dell’Associazione Psichiatri Americani). La conseguenza era che chiunque fosse gay era condannato ad avere una seconda vita segreta, o rassegnarsi a vivere in ambienti ai limiti della criminalità.
Fatto sta che quella notte, mentre la polizia caricava nel cellulare e picchiava i clienti dello Stonewall Inn, accadde qualcosa mai successo prima: la folla che si era radunata fuori dal locale, e che per il momento si stava limitando a fare il tifo per gli arrestati, prese parte alla rivolta. Prima lanci di lattine, poi di sassi e bottiglie furono seguiti dall’utilizzo di un parchimetro come ariete per sfondare le porte del locale, dove si erano rifugiati i poliziotti in attesa di rinforzi. La rabbia repressa, come era prevedibile, era scoppiata nel modo più violento e gli scontri durarono tutta la notte, con le forze dell’ordine che dovettero fronteggiare una folla di circa duemila persone, con scene burlesche come falangi di poliziotti motteggiati e messi in fuga da travestiti cantanti in riga come ballerine «We are the Stonewall girls/ We wear our hair in curls/ We don't wear underwear/ We show our pubic hairs!».
Nei giorni successivi si susseguirono manifestazioni, atti di vandalismo, altre colluttazioni, mentre la polizia reprimeva in modo sempre più violento, fino a che la situazione rientrò nella calma. Ma qualcosa era cambiato: chi prima si sentiva oppresso adesso aveva realizzato di poter essere anche un soggetto forte, e le energie che prima rimanevano clandestine o inespresse emersero in superficie.
Quest’anno Barack Obama, in memoria dei moti di Stonewall, ha dichiarato giugno 2009 “Mese dell’orgoglio lesbico, gay, bisessuale e transgender”. Nel frattempo, in Italia, apprendiamo che Ratzinger telefonò personalmente a Mastella per ringraziarlo di essersi impuntato per il no ai DICO (e lui sulle prime credette che fosse Fiorello).

* Anche se secondo me “pride” è meglio traducibile con “fierezza” (se non con “amor proprio”, contrapposto a "senso di vergogna") , che con “orgoglio”, che in italiano ha un segno d’arroganza assente nel termine originale.
Ma diamine, che senso ha telefonare per chiedermi come mi vestirò ad una festa, e poi vestirsi esattamente uguale a me? Non dovrebbe essere il contrario?

(Stavolta si dice il peccato ma non il peccatore: l’interessato, che legge, mediti.)
Come all’inizio di ciascuna estate, Watkin si è spostato in campagna.
Avere due case (specialmente se vicine tra loro) è comodissimo, perché significa che una delle due è sempre libera. Certo, l’altra faccia della medaglia è che anche la casa momentaneamente libera può essere frequentata all’improvviso da un familiare, e come si è giù dimostrato in passato non sempre tali visite capitano al momento opportuno.
Mettendo da parte questi casi, si capisce che per non alimentare la fervida ma realistica fantasia di mia madre (che è sempre attenta ad ogni minimo cambiamento nelle stanze) è necessario ogni volta lasciare tutto scrupolosamente come ho trovato.
Ultimamente sono capitati vari revival con l’ex, e il rischio si è rivelato altissimo: tutto si tinge di abitudine, in questi casi, e l’attenzione quindi cala drasticamente.
Così ho capito solo qualche giorno fa perché la settimana scorsa MammaWatkin insistesse tanto nel dire che camera mia in campagna fosse «così in disordine…», «Mamma, ci sono solo dvd sparsi sulla scrivania, mi basta un attimo a metterli a posto», «mah, io non so cosa ci sia, so solo che c’è un macello incredibile». Mi chiedevo perché delle pile di dvd la urtassero tanto, fino a che non sono tornato qua di persona e in camera mia c’era il letto con le coperte divelte e il cuscino gettato da una parte… non proprio usuale per chi negli ultimi tempi non si è mai fermato fuori a dormire. Mancava solo la scatola dei preservativi con la bustina strappata sul comodino, ho pensato.
Infatti, ho scoperto oggi, quella l’avevamo lasciata in bella vista sul mio comodino di casa a Watkinville.
Per le prossime volte sarà meglio fare una lista da spuntare prima di abbandonare il campo, non oso immaginare quale potrebbe altrimenti essere il passo successivo.
È raro che un romanzo così breve lasci pitturate nella mente delle immagini così forti: Chéri, di Colette, lo fa.
Siamo a Parigi, nel 1912. C’è lo sregolato Chéri, giovane un po’ infantile e molto egocentrico, ben consapevole di essere irresistibilmente seducente: capelli neri, lineamenti casti, ciglia forti, corpo candido e ben tornito. E c’è la sua amante Léa, saggissima e leggera cortigiana sul viale del tramonto: Chéri sarà pure la forza irresponsabile che muove gli eventi, ma nonostante il titolo è lei la protagonista.
Raffinata, agiata, misurata, un vero dandy al femminile; non a caso ad un certo punto Chéri la chiama «gentiluomo» (e d’altro canto in un altro momento lei appella lui «cocotte»). La loro è ormai una relazione stabile, nonostante la differenza d'età: Léa è incantata da questo piccolo selvaggio cittadino che ancora dopo sei anni le si infila nel letto e la ama con sincerità, Chéri trova in lei una sapiente mamma-amante che lo educa, lo protegge e lo idolatra come lui crede giusto che sia. D’altronde temo sia un po’ una condanna delle persone sempre state belle, quella di non rendersi conto appieno di quanto sia prezioso un altro essere che ti vuol bene («Il suo torso nudo, largo di spalle e sottile alla cintola, emergeva dalle lenzuola spiegazzate come dalla spuma di un’onda, e tutto il suo essere irradiava la malinconia delle opere perfette. “Ah! tu…” sospirò Léa, inebriata. Lui non sorrise, abituato a ricevere gli omaggi come se niente fosse.»).
Ovviamente non può durare all’infinito: Chéri è arrivato all’età in cui ci si sposa, e bene, e Léa a quella in cui iniziano a spuntare le rughe. Così il tempo, il terzo protagonista del racconto (il quarto è il colorato démi-monde di Parigi, mai così splendidamente e vividamente descritto), gioca con risvolti inaspettati il suo ruolo in questa trama che accennata così potrebbe quasi sembrare da romanzo rosa, ma che invece è diretta da Colette in modo moderno e sapiente. Chéri è stato scritto all’alba degli anni Venti, e i nuovi venti letterari si sentono tutti: le descrizioni sono prosciugate e rese quasi grafiche, pur convivendo con lirismi liberty; i pensieri e i dialoghi dei personaggi (strepitosi manuali di cattiverie in rosolio) si intrecciano evocando veri e propri flussi di coscienza; la sessualità, anche femminile, è trattata con tutta la tranquillità e il peso che ci si aspetterebbe in una rappresentazione fedele alla realtà.
Bene, una volta finito il libro sono corso su IMdB per vedere se di questo libro esistessero trasposizioni cinematografiche (il legame tra Colette e il cinema sarà stato incostante ma a dir poco fondamentale: fu lei, già anziana, a scoprire una sconosciuta Audrey Hepburn… basterebbe questo per doverle essere eternamente grati). E così vedo che di Chéri ne sta per uscire una giusto adesso, con la regia di Stephen Frears.
Léa sarà interpretata da Michelle Pfeiffer: un volto perfetto per un personaggio profondo e mondano, non più giovane ma attraente. Ovviamente ero curiosissimo anche di vedere chi impersonasse Chéri e… ORRORE!!! Lo fa questo mostro qui, Rupert Friend:
Ora dico: a qualcuno di voi piace? Trovate in lui “la malinconia delle opere perfette”? A me pare uno sgorbio spaventoso, a dir poco.
questo post è dedicato a IsteriaPersonificata
Sì! Sì! Sì! Legatemi alla sedia, datemi un sedativo, una padellata in testa! Oddio ancora stento a crederci.
Allora, allora, calma, cerchiamo di andare con ordine, prendendola alla lontana.
Vediamo. Nel mio cervello ci sono alcuni ipotetici cast di musical: per esempio Cabaret con Ute Lemper nel ruolo di Frau Schneider, Mame con Ruthie Henshall nel ruolo di (appunto) Mame, La cage aux folles con John Barrowman nel ruolo di Albin. Mi sono promesso che, dovunque nel mondo verranno messi in scena in un futuro più o meno lontano e più o meno reale, dovrò andare a vederli pena il rimorso a vita. Chi ha presente gli attori nominati si sarà accorto che mi sono tenuto largo con i tempi, dato che essi sono tutti ancora piuttosto giovani per i ruoli da me ipotizzati.
Ma il futuro è già qui: grazie al preziosissimo commento di un avventore (IsteriaPersonificata non ti ringrazierò mai abbastanza! smack!) vengo a sapere che a settembre John Barrowman prenderà già il ruolo di Albin nella corrente produzione di La cage aux folles nel West End. Il tempo di riprendermi dall’infarto, contattare la mia base a Londra e ho già comprato i biglietti per me e per lei (la base).
No, lasciatemelo dire per esteso che mi dà piacere: ho comprato i biglietti per La cage aux folles con John Barrowman. Ovvero il primo e unico musical mainstream con al centro una storia gay (non un prodotto off-Broadway alla SoloJack, ma un opera del grandissimo Jerry Herman, il creatore di Hello Dolly), con John Barrowman che si esibirà anche in drag e canterà una delle sue canzoni cavallo di battaglia, proprio originaria di questo musical, un manifesto perfetto di cosa debba voler dire essere gay (come scrissi qui), resa celebre anche da Gloria Gaynor o Shirley Bassey: I am what I am.
E io lo vedrò live. Ne morrò.
Mi arriva questo sms da un'amica, vicina di casa di Lisa:
Ho sognato che morivi fatto a pezzi con un’accetta a casa mia da un inviato di Striscia, mentre studiavo su in camera. Io ero sconvolta, Lisa invece una volta appresa la notizia aveva deciso di andare al mare, perché «è inutile provare dolore per la morte, tanto non ci si può far niente».
Che bello.
Dio o chi per lui benedica le pubblicità della Campari.
Se non altro perché sono belle da vedere. Quest’ultima, con le larghe campiture di colore puro, il cielo palesemente finto, le ombre quando sfumate quando dure, le persiane (io adoro le persiane) scarlatte, la musichetta ancheggiante da cocktail, e sebbene non abbia una vera e propria storia, mi piace sempre più ogni volta che la guardo.
D’altronde, sono tante le pubblicità Campari che mi sono piaciute: quella girata in Argentina con il motivetto originale anni ‘30 («quando al fine d’un giorno noioso, la gaiezza risorge nel cuor…»), quella con Salma Hayek nell’hotel glamour-lesbo-chic, quella ancora più esplicitamente lesbo con Tamara de Lempicka alle pareti e Yma Sumac di sottofondo, quella esoterica con l’inversione dei sessi in lounge alla David Lynch, quella ingenua e surreale girata da Fellini.
Però è un altro il motivo per cui oggi invoco la benedizione della Campari. Perché è stato solo con la sua "musichetta ancheggiante da cocktail", Bla bla bla cha cha cha delle giapponesi Petty Booka, che sono finalmente riuscito a togliermi dalla mente la nuova canzone estiva di Stefania Orlando.

Campari, grazie.
(ebbene sì, ero caduto nel tunnel)
Grand Hotel è un film del 1932, tratto da una commedia di Vicky Baum, dove varie storie si intrecciano in un albergo di Berlino al tempo in cui questa città stava per togliere a Parigi il titolo di capitale mondana d’Europa (poi le cose sono andate come sono andate, e non se n’è fatto niente). È il primo all star movie in assoluto, dato che per la prima volta la MGM, anziché far capitanare vari attori da una sola star, ne ha messe insieme ben sette, tra cui i fratelli John e Lionel Barrymore, Wallace Beery, Joan Crawford e Greta Garbo. Sì, insieme.
Un film perfetto per capire il fenomeno-Garbo, nonostante (o forse proprio perché) sia solo il tassello di un mosaico di interpretazioni. Il suo personaggio è quello della ballerina russa Grusinskaya, donna vittima dell’insicurezza e del bisogno di avere qualcuno da amare (è in questo film che Greta Garbo pronuncia la sua frase manifesto, «I want to be alone»); incontrerà poi il barone in bancarotta Felix Amadeus Benvenuto von Geigern, ridotto a fare il ladro d’albergo: prima lui la ingannerà, in seguito vivranno un attimo felice, il finale sarà tragico. Comprensibilmente la diva Greta Garbo non condivide invece nessuna scena con la diva Joan Crawford, l’ambiziosa stenografa Flaemmchen. Wallace Beery è il bonario ma anche crudele industriale che la assume, al cui libro paga stava anche Kringelein (Lionel Barrymore), un ex-contabile malato terminale intenzionato a vivere alla grande i suoi ultimi giorni e a togliersi qualche sassolino dalla scarpa.
«Always the some: people come, people go», osserva il dottor Otternschlag, cinico e inattivo spettatore delle morti, nascite, amori, partenze, arrivi, arresti: il Grand Hotel come microcosmo (come sottolineato dalla scenografia circolare di Cedric Gibbons), diorama della Grande Europa.
Poi nel 1958 da Grand Hotel è stato tratto un bellissimo musical, anch’esso detentore di un record: prima di aprire a Broadway, ogni musical fa la rappresentazione out-of-town in qualche città dell’entroterra, per testare sul pubblico le reazioni e così fare tagli, modifiche o aggiunte in vista della prima vera e propria; bene, per Grand Hotel l’intervallo tra questi due momenti è stato di ben trentuno anni. Con incisivi rimaneggiamenti del compositore di Nine Maury Yeston, Grand Hotel è andato così in scena nel 1989 accogliendo grande successo di critica e di pubblico, tanto da superare le mille rappresentazioni.
La sua forza è perfettamente rappresentata dal numero We’ll take a glass togheter. Il contabile Otto Kringelein, prossimo alla morte per male incurabile, ha appena vinto a carte una grande somma di denaro e offre da bere al barone Felix (che in seguito, in un momento di disperazione, lo deruberà). Forse per la prima volta nella propria vita, dopo aver sempre tenuto i registri di una fabbrica, sfruttato dal superiore, Kringelein assapora la gioia di lasciarsi andare («I’ve never danced before: since my uncle died I’ve been the only Jewish in Friedersdorf», ha detto poco prima ad un invito della graziosa Flaemmchen).
E qui si vede il teatro fatto bene: questo non è semplicemente un numero musicale, è un momento che narra una frazione di storia che può funzionare anche da sola, rivelando in più il carattere dei due personaggi. La scenografia di Tony Walton (nota: ex-marito di Julie Andrews) è minimale ma evocativa, il corpo di ballo alle spalle dà energia ma non distrae. E la performance di Michael Jeter è semplicemente inarrivabile: da omino brillo si trasforma poco a poco in un burattino senza freni, gioioso come un bimbo, tanto dinoccolato che a Broadway nacque la leggenda che fosse aiutato nella danza da fili invisibili.
Sarcasmo della vita che imita l’arte, Michael Jeter morì poi nel 2002 malato di AIDS. Il suo discorso di accettazione del Tony Award, proprio per il ruolo di Kringelein in Grand Hotel, nella sua retorica sincera è una delle cose più commoventi che abbia mai sentito.